La sentinella

Restare chiusa in casa per me non è stato un grande dramma, sapevo come si faceva, così come perdere gradatamente la possibilità di fare o non fare cose; ero avvezza a questo tipo di privazione. Mi sono sentita profondamente fortunata perché non ho subito lo shock delle restrizioni, dell'isolamento, del silenzio e della solitudine.

Come entrare in una guerra avendone già fatta un'altra precedente: la scorza è già indurita e poco o niente può scalfirla.

Ho pensato anche a quanto di positivo potesse venire da una cosa tanto orribile come una malattia: apparentemente niente, scavando un po' di più, scorgo invece una traccia, un segno; penso allora che di buono c'è una maggiore comprensione da parte di chi, ora, sulla propria pelle, scopre la paura, il senso di abbandono, l'impotenza umana di fronte all'enormità della malattia e alle sue crudeli modalità.

Allora forse questo virus potrebbe generare autocoscienza ed empatia.

L'universalità di questo virus ha ridotto le distanze, i confini e le posizioni su cui si erano arroccati in molti.

Avere una paura comune, oggi, ci stordisce, domani ci potrebbe portare a una maggiore somiglianza degli uni con gli altri.

Si brama la perduta normalità quando di normale c'era ben poco anche prima che scoppiasse la pandemia; così, abbiamo paura di non lavorare più, di non poter fare le cose che facevamo, che magari non ci piacevano o che ci avevano mortalmente stancati e che ora son diventate cose irrinunciabili, essenziali, direi anche vitali.

Non avremo più quello che avevamo, non saremo più quello che eravamo.

Decifrando il messaggio per quello che sta accadendo al mondo, direi che, in fondo, non ci serve niente altro che la vita, essere vivi, perché tutto il contorno può in un attimo scomparire dalla graduatoria delle priorità.

Come diceva De André, quello che non ho è ciò che non mi manca.

Ora sembra che ci manchi tutto, tutta la superficialità delle abitudini: la libertà di uscire, di fare l'aperitivo, di andare in palestra, di girare per negozi.

E' vero... sembra che per molti dovrebbe essere così… ma così non è.

Allora bisognerà prendere coscienza di quello che siamo, di quello che sappiamo coltivare e trasmettere.

Una coscienza collettiva, come base su cui costruire tante vite e non solo la nostra.

Ora siamo tutti da soli, davanti a qualcosa che non conosciamo, che può colpirci nel fisico e nell'animo. E' un'enormità che ci toglie qualcosa sempre e comunque.

Questo senso di disorientamento dovrebbe spingerci a ritrovarci negli altri, nelle parole e nei pensieri che vengono espressi, nei drammi personali che vengono vissuti.

Il virus, a chi lo contrae, annienta anche gli odori e i sapori;

a chi ha la fortuna di non averlo contratto annienta l'odore della libertà, della condivisione, della famiglia, della convivialità.

Il virus serve dunque a farci capire la valenza di queste parole e di questi sentimenti solo ora che non si possono mettere in pratica? Servirà questa attesa a rendere concrete quelle virtù a cui ogni essere umano dovrebbe tendere?
Ho nella mente l'immagine della sentinella di Isaia -Shomèr ma mi llailah

"Va' stabilisci una sentinella che annunzi tutto ciò che scorge.
E vedrà dei cavalieri, a due a due su cavalli e dei cavalcanti su asini, e
altri su cammelli,

ma che essa guardi con attenzione, con grande attenzione”.
E la sentinella: “Sulla torre di guardia sto sempre, tutto il giorno e

al mio posto mi trovo vegliando tutta la notte.
Mi si grida da Seir: Sentinella, a che punto è la notte?
Sentinella, quanto resta della notte?
Viene il mattino e anche la notte;
se volete, interrogate, convertitevi, ritornate."


Isaia di solito è duro, punisce e colpisce ma in questo passaggio

è compassionevole per la fragilità umana e rivela attenzione alla condizione dell'uomo,

il cui destino è quello di domandare senza mai avere risposte.
E' una scena suggestiva che accade sul finire della notte.

Ci ricorda quanto sia importante continuare a porsi le questioni di fondo
alimentando la riflessione sull'attesa, sull'attenzione, sulla percettività, sulla costanza, sulla paura, sulla certezza di non sapere, sulla capacità di saper discernere.
Sono parole che stimolano la forza nel chiedere, la perseveranza nella conquista di ogni valore, il coraggio di ritornare, non da dove si è partiti ma da dove non ci si è mai allontanati:

noi stessi, la nostra essenza.

Siamo come sentinelle nella notte.

Quanto resta di questa notte?

La paura non può annientare la certezza del mattino e della sua luce.

Con la luce forse sapremo decifrare di più e meglio questi giorni, l'incomprensibilità degli eventi, l'inumanità di certi cuori.

Avremo la nostra vita che si rivela nelle mani che sono la nostra forza, nei pensieri che sono la nostra speranza e nel cuore che è la nostra guida.

Con la luce saremo vivi.

Maddalena Borrelli, Firenze 15 aprile 2020